AGI – Con l’inflazione negli Stati Uniti che continua a correre e nonostante i crescenti rischi di recessione, la Fed si appresta a mantenere l’aggressivo ritmo di rialzi dei tassi tenuto finora, ma potrebbe anche indicare se e quando inizierà ad allentare la sua stretta. Il comitato di politica monetaria (Fomc) inizia oggi la riunione nella sede di Washington e mercoledì comunicherà l’attesa decisione sui tassi. Se è vero che sembra ormai scontato un aumento di 75 punti base, l’attenzione degli analisti si sposta dunque sul prossimo rialzo a dicembre per capire quando si concluderà l’inasprimento.

Sempre mercoledì, il governo Usa potrebbe mettere in campo un buyback di titoli di Stato (più precisamente operation twist), un’operazione non ancora ufficializzata, la cui data potrebbe anche slittare, che consiste nell’emettere titoli di Stato a breve per finanziare l’acquisto di buoni del Tesoro a lunga scadenza. Intanto oggi, la banca centrale australiana ha rialzato i tassi di 25 punti base come previsto, preferendo agire con cautela sulla leva del costo del denaro, cosi’ come aveva fatto la Bank of Canada la settimana scorsa.

Negli States i prezzi sono ancora troppo alti, i consumi al palo e il mercato del lavoro è ancora solido. “Siamo quasi certi che il Fomc alzerà la forchetta dei tassi di altri 75 punti base a novembre”, hanno sottolineato in una nota gli economisti di Barclays Jonathan Millar, Chun Yao e Colin Johanson. Si tratterebbe del quarto rialzo di fila di questa portata e spingerebbe i tassi nella fascia tra il 3,75% e il 4,00%. Secondo il Futures Assessment del Cme Group, la stragrande maggioranza degli operatori di mercato si aspetta un rialzo di questo tipo, mentre in pochi puntano sulla parte bassa della forchetta su un rialzo di appena mezzo punto percentuale.

“Il Fomc aumenterà i tassi di 75 punti base – ha osservato François Rimeu, senior strategist di La Française Am – il presidente Powell non dovrebbe fornire indicazioni sull’entità del rialzo a dicembre per mantenere aperte tutte le opzioni prima del rapporto sull’inflazione statunitense di ottobre. Le decisioni sul ritmo dei rialzi dovrebbero continuare a dipendere dai dati in arrivo e dall’evoluzione delle prospettive”. Da marzo, la Federal Reserve ha già aumentato i tassi cinque volte, prima del solito quarto di punto, poi di mezzo punto e infine per tre volte di tre quarti di punto.

Per gli economisti di Barclays, la domanda principale è proprio “se la dichiarazione del Fomc o la successiva conferenza stampa forniranno qualche indizio su quello che potrebbe accadere a dicembre”. La tesi è che “il tenore della discussione sarà probabilmente incentrato sui rischi che arriverebbero da una stretta eccessiva”. Infatti, se gli Stati Uniti sono tornati a crescere nel terzo trimestre, con un aumento del Pil del 2,6% dopo due trimestri di contrazione, lo spettro della recessione si allunga ora sul 2023. 

“Potrebbe essere troppo tardi per evitare una recessione – è la riflesisone di Craig Erlam, analista di mercato senior Regno Unito ed Emea di Oanda – ma la Fed è stata molto chiara fin dall’inizio: un atterraggio morbido è un risultato auspicabile e raggiungibile, ma l’obiettivo principale è tenere sotto controllo l’inflazione. La questione è se la banca centrale ritiene che i suoi sforzi siano in grado di raggiungere questo obiettivo o se è necessario fare di più”. Con l’economia che s’indebolisce, prosegue, “gli utili che non impressionano e le curve dei rendimenti che si invertono, segnalando una recessione in arrivo, molti ritengono che i rischi di una stretta aggressiva siano maggiori rispetto a un approccio più graduale. L’economia deve assorbire molte strette quando i tassi raggiungeranno probabilmente la fascia del 3,75-4% questa settimana”.

“Un rallentamento dello slancio economico nel quarto trimestre sosterrebbe un ritmo più lento di rialzi dei tassi, a partire da dicembre”, afferma da parte sua Rubeela Farooqi, capo economista di Hfe. Ma, prosegue nell’analisi, “i dati dell’inflazione avranno la meglio su qualsiasi indebolimento dell’economia”. In altre parole, la priorità resta il contenimento dell’inflazione. Con il rischio di piegare l’economia.

L’inflazione è rimasta stabile a settembre, al 6,2% su base annua, secondo l’indice Pce favorito dalla Fed e diffuso venerdì dal Dipartimento del Commercio. Tuttavia, questo valore è ancora troppo alto per la Federal Reserve, che vuole ridurlo al 2%. Il tasso di disoccupazione, dal canto suo, resta ai minimi da mezzo secolo, al 3,5%.
Anche secondo le stime di Goldman Sachs la Fed alzerà il costo del denaro dello 0,75% ora, per poi proseguire con un rialzo di 50 punti base a dicembre e con altre strette da 25 a febbraio e marzo. Così da arrivare al 5% a marzo, 25 punti base più delle precedenti previsioni. 

Dall’altra parte dell’Atlantico, anche la Banca Centrale Europea sta inasprendo la propria politica monetaria: i tassi di riferimento sono stati appena aumentati di 0,75 punti base per la seconda volta consecutiva. L’aumento dei tassi di interesse sta spingendo le banche ad aumentare il costo del denaro che prestano ai clienti, sia privati che imprese, scoraggiando i consumi. Anche se per l’Europa resta il peso della crisi energetica e la grande incognita “dell’inverno molto incerto”, fa notare Craig Erlam di Oanda.
Inoltre, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha ribadito oggi in un’intervista che l’istituto centrale deve continuare ad alzare i tassi di interesse per combattere l’inflazione, anche se il rischio di una recessione nell’Eurozona è aumentato. “È vero che la probabilità di una recessione è aumentata e l’incertezza rimane alta”, spiega Lagarde rispondendo alla domanda se l’istituto di Francoforte non tema che aumentare i tassi troppo e troppo velocemente possa danneggiare le imprese e bloccare la crescita futura.

Tornando negli Stati Uniti i consumi, che rappresentano i due terzi della crescita, hanno finora mostrato una buona tenuta. Ma è probabile che le carte di credito escano dai portafogli sempre di meno nei prossimi mesi. Quando i risparmi accumulati dalle famiglie durante la pandemia si ridurranno, gli investimenti in borsa diventeranno meno redditizi e gli immobili perderanno valore,e così le famiglie saranno meno propense a spendere e spandere.

I tassi dei mutui casa negli States, che reagiscono in anticipo rispetto ai rialzi, hanno appena superato il 7% per la prima volta in oltre 20 anni per un tasso fisso a 30 anni. Tanto più che l’inflazione e i rischi di rallentamento economico, se non addirittura di recessione, interessano gran parte del pianeta. La debolezza della crescita dei partner commerciali degli Stati Uniti e l’attuale forza del dollaro dovrebbero limitare le esportazioni, pesando sul Pil statunitense. 

Fonte: Agi.it

Di Antonio Signoriello

Sono Antonio Signoriello, Blogger ed Esploratore di notizie in rete. "Il blogger è una persona che si occupa di un blog perché qualcuno glielo chiede oppure, ed aggiungerei che sfortunatamente è il caso più frequente, perché nessuno glielo chiede" (Nonciclopedia)

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