AGI – L’industria è una questione di sicurezza nazionale e le conseguenze della guerra in Ucraina lo dimostrano. Gli imprenditori italiani con cui ho parlato qui a Borgo Egnazia, i tanti giovani di talento che faranno l’Italia di domani, sono preoccupati. Imprese nuove, aziende che sono sui mercati mondiali da generazioni, tutti hanno visto rallentare la globalizzazione, arretrare il commercio, chiudersi gli spazi dei beni e dei servizi. Le materie prime sono diventate una caccia al tesoro, i costi energetici un rebus a caro prezzo. Finita la pandemia, sembrava arrivato il momento della grande ripartenza dell’economia. Un’illusione, la luce in fondo al tunnel era quella di un altro treno, quello della guerra di Putin, delle tensioni crescenti tra Stati Uniti e Russia, di un’Europa che rischia di essere il manzoniano vaso di coccio tra i vasi di ferro. Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, non perde l’ottimismo, ma avvisa i naviganti: è ora di guardare alla realtà e occuparci dell’Italia con l’idea che siamo in un conflitto che disegnerà un nuovo ordine mondiale. Che partita vogliamo giocare? Abbiamo una visione? Facciamo questo viaggio nelle sfide di una contemporaneità che ha il ruggito di ferro e fuoco di un Novecento dimenticato. La guerra nel cuore dell’Europa e noi.

Presidente Carlo Bonomi, sono tempi straordinari, difficili, perfino più preoccupanti della crisi della pandemia, siamo in piena guerra in Europa.

“Sì, durante la pandemia avevamo un grande obiettivo: comprare tempo per arrivare ai vaccini. Oggi purtroppo siamo in presenza di una serie di componenti esogene: l’aumento del prezzo delle materie prime, i costi energetici, e per altro dobbiamo rilevare che sta aumentando l’incertezza politica, i partiti hanno cominciato la campagna elettorale, quello che io chiamo la battaglia delle bandierine. E questo ci preoccupa molto. C’è bisogno di fare le riforme che disegneranno il paese del futuro”.

La recessione è in arrivo?

“Temiamo purtroppo di sì. Sarei contento se si realizzasse lo scenario migliore del Def, ma il primo trimestre ci ha dato ragione”.

Sul gas russo appoggio il governo ma, subito le riforme

Gas russo, si può tagliare o no?

“Premessa: noi stiamo pagando decenni di politiche sbagliate sull’energia. Noi e le famiglie italiane. Oggi il governo cerca di realizzare interventi per contrastare la crisi energetica, ma non siamo in grado di sostituire completamente subito il gas russo, vorrebbe dire un crollo della produzione del paese e non siamo soli, lo dice la Germania, lo diciamo noi, i paesi più dipendenti dalle importazioni del gas. Questa è la realtà che stiamo affrontando”.

Lei condivide la linea degli industriali e dei sindacati della Germania che dicono no all’interruzione del gas russo?

“La posizione della Confindustria italiana è diversa: noi appoggiamo il nostro governo nelle decisioni che prenderà, ma a una condizione che il governo apra una fase che noi definiamo di riformismo competitivo”.

Che vuol dire con la formula riformismo competitivo?

“Siamo disposti a sopportare i sacrifici di eventuali decisioni molte dure, ma se si fanno finalmente le cose per costruire un’Italia moderna: fisco, concorrenza, politiche attive del lavoro, giustizia. Elenco lunghissimo. E sono ferme. E addirittura i partiti non trovano una sintesi e continuano a sforbiciarle. Il forte rischio è che non arrivino decisioni nell’interesse del paese”.

Lei pensa che le sanzioni fermino la guerra di Putin?

“Ora le sanzioni adottate più efficaci sono quelle che hanno bloccato l’operatività della banca centrale russa. Venendo all’economia reale, le vere sanzioni l’Italia le ha adottate dopo la guerra di Crimea. Tanto che oggi l’export verso la Russia pesa solo per l’1,5% del totale nazionale, che nel 2021 ha superato i  500 miliardi, il record italiano. L’1,5% in valore assoluto non è tanto, ma in termini di settore sì. Le sanzioni che abbiamo adottato colpiscono lo stock, ma non la capacità di finanziamento della Russia, se si vuole incidere vanno bloccate le esportazioni di gas, petrolio e carbone della Russia, ma vanno valutati in maniera molto seria gli effetti”.

Il 2 maggio ci sarà un vertice dei ministri europei dell’Energia. Cosa si aspetta?

“Noi avevamo chiesto il tetto al prezzo del gas, non fissato dirigisticamente ma sulla base dei prezzi reali vigenti nei contratti di import dalla Russia. Prezzi che sono molto più bassi di quelli quotidiani del mercato olandese. Perché è evidente che ci sono delle speculazioni in corso e lo stiamo dicendo da settembre dello scorso anno. L’aumento dei prezzi parte da molto prima del conflitto russo-ucraino. Noi chiedevamo sostegni alla crescita in legge di Bilancio per questi motivi, vedevamo la crisi arrivare. I fatti non sono andati in quella direzione. Dal vertice dei ministri dell’Energia mi aspetto che si possa trovare una sintesi, ma è evidente che abbiamo economie molto diverse. Pensi ai francesi, hanno interessi diversi, con le scelte che hanno fatto tanti anni fa sul nucleare oggi hanno una manifattura molto competitiva e non vedo perché dovrebbero aiutare gli altri, dal loro punto di vista”.

Lei riaprirebbe il piano dell’energia nucleare in Italia?

“Sì, noi abbiamo fatto un referendum 34 anni fa sulle tecnologie di 34 anni fa. La tecnologia ha cambiato tutto, pensi ai vaccini, ci mettevamo anni per realizzarli, ora sono bastati pochi mesi. Mi piacerebbe che questo paese discutesse nel merito: c’è il nucleare di nuova generazione, possiamo parlarne?  E poi, dobbiamo essere realisti, vicino a noi c’è la Francia che ha il nucleare, 14 paesi su 27 nell’Unione europea hanno centrali nucleari. Va fatta una riflessione di merito, che deve essere una base di discussione in Europa”.

Bene Draghi, il problema sono i partiti

Come vanno le cose tra lei e Draghi?

“Molto bene. Il Presidente Draghi da premier deve fare sintesi della sua maggioranza e poi decidere. Il nostro sostegno a Draghi è sempre stato fermissimo perché questa e con lui è l’occasione per fare le riforme che servono al paese. Ma dobbiamo rilevare che sono ferme”.

È un problema di Draghi o dei partiti?

“Dei partiti”.

Perché?

“Non gli stanno consentendo di fare le riforme. Perché fanno la battaglia delle bandierine, è evidente. Hanno iniziato a rallentare l’azione riformatrice per le elezioni amministrative dello scorso autunno: Torino, Milano, Roma, Bologna, Napoli. Poi c’è stata una legge di Bilancio che arrivava sotto le elezioni per il Quirinale. E purtroppo avremo ancora un periodo elettorale molto lungo, si vota in giugno un turno amministrativo numericamente importante, avremo a novembre le elezioni regionali in Sicilia e si spera a marzo il voto politico, a meno che non lo vogliano anticipare. Bisogna stare vicino al presidente del Consiglio perché abbia la forza per fare le riforme. Draghi aveva ben chiaro cosa fare, non da oggi: il problema è che i partiti gli diano la possibilità di farlo”.

L’elezione di Macron dà stabilità all’Europa

Cosa pensa dell’elezione di Macron?

“Dà stabilità all’Europa, non possiamo permetterci incertezza politica. Poi Macron fa gli interessi della Francia e non dell’Italia, ma la stabilità in un quadro molto complesso è importante”.

Dopo la guerra un nuovo ordine mondiale

Siamo in Puglia, si sente l’influsso del Vicino Oriente. Rapporto dell’Unione europea e dell’Italia con il Mediterraneo e l’Eurasia?

“Qui siamo nel Mezzogiorno d’Italia, fondamentale, la partita italiana si gioca a Roma e qui. Dopo il conflitto in Ucraina ci sarà una riconfigurazione dell’ordine mondiale, la globalizzazione non sarà quella di prima. Siamo a un bivio. O ritorniamo indietro di decenni, con due grandi blocchi, uno intorno agli Stati Uniti, con la Russia indebolita e ancillare alla Cina, e una Europa debole, partner degli USA; oppure costruiamo un nuovo ordine che tenga conto di Russia e Cina con la volontà di difendere commercio mondiale e  catene del valore aggiunto che permettano l’accesso a tutti alle commodities. Per l’Italia è fondamentale questa seconda ipotesi, perché siamo un paese trasformatore. E proprio perché ci hanno chiesto di essere garanti nel negoziato in Ucraina, quando ci sarà, ecco che abbiamo un’occasione nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, riprendere i legami soprattutto nel Mediterraneo, in Africa, dove stiamo arretrando (pensi al ruolo della Cina e della Turchia), noi dobbiamo riprenderci e avere una visione geopolitica aperta. Certo, servono gli statisti”.

Mattarella e Draghi la nostra coppia d’assi

Draghi andrà a Washington in visita alla Casa Bianca. Gli interessi degli Stati Uniti sono sovrapponibili ai nostri e a quelli dell’Europa?

“Il Presidente Draghi ha riposizionato con autorevolezza l’Italia nel suo alveo naturale, Europa, America, Nato. Gli Stati Uniti giocano la loro partita e fanno i loro interessi, logico. Noi dobbiamo posizionarci in maniera importante e abbiamo tutte le carte per farlo: abbiamo una coppia di assi, Mattarella e Draghi. Quello che devo registrare è che i partiti non hanno lo stesso interesse per questo grande disegno geostrategico”.

A proposito di partiti e di ministri: c’è Andrea Orlando, quello del Lavoro. Il Sole 24Ore l’altro ieri ha titolato: “Le imprese no al ricatto del ministro”. Che scambio ha proposto?

“Voglio ricostruire quello che è successo, perché la dice lunga. Il Ministro Orlando fa un annuncio: condizioniamo gli interventi a favore delle imprese ai rinnovi contrattuali con forti aumenti salariali. A tale proposta alcune componenti del sistema di Confindustria hanno reagito con dei comunicati stampa, sulla cui base il Sole 24Ore ha fatto quel titolo – e mi spiace che il ministro non sappia che i titoli non li fa il presidente di Confindustria”.

Aggiungo meno male, per lei e anche per il mio collega Fabio Tamburini.

“Certo, giustamente, meno male. La mattina successiva, sono stato attaccato da una serie di politici, tra cui il ministro Orlando. E poi all’una e un quarto ho risposto. Andiamo nel merito: io credo che sia sbagliato condizionare gli interventi a un diverso rinnovo contrattuale. Che occorra mettere più soldi in tasca agli italiani, specialmente quelli che soffrono di più, Confindustria lo dice da settembre. Questo è un paese che ha la memoria corta. In legge di Bilancio, quando tutti i partiti per questione di consenso elettorale hanno preferito fare il taglietto irpef, noi abbiamo detto no, abbiamo proposto un taglio contributivo con effetti concentrati fino a 35 mila euro. Il taglio irpef ha favorito i redditi medio alti. Se poi Ministro e partiti preferiscono aumentare ancora l’enorme costo del lavoro, allora non si rendono conto di cosa sta capitando: il 16% delle imprese italiane ha già ridotto o sospeso le produzioni a causa degli aumenti, se perdurano le condizioni della guerra un altro 30% sospenderà la produzione, significa che quasi un’impresa su due in Italia rischia di fermarsi. Sono tutti dati di fatto che il paradigma Orlando ignora”.

No a interventi condizionati ai rinnovi

E su quale platea dovrebbero essere applicati i nuovi contratti?

“Già quale platea? Perché sulla nostra platea di 5,5 milioni di lavoratori, noi abbiamo solo 700 mila lavoratori con il contratto scaduto, in 24 mesi io ho rinnovato 27 contratti. Allora dove sono concentrati gli altri? Non vorrei che fossero nel pubblico. Ma la detassazione poi a chi la danno? A chi rinnova? E quelli che l’hanno già rinnovata? Siamo al solito, alle una tantum, il paese delle una tantum, mai un intervento strutturale. Dobbiamo uscire da questa logica d’emergenza. Con la nostra proposta del taglio del cuneo contributivo per 16 miliardi, noi facciamo due scelte. La prima è di chiedere di concentrarli per due terzi a favore dei lavoratori, malgrado il fatto che per oltre due terzi gli oneri contributivi sono a carico delle imprese. La seconda è di concentrare gli effetti nella fascia sotto i 35 mila euro di reddito, quelli che stanno soffrendo – l’anno scorso un milione di italiani in più sono entrati nella fascia di povertà – e diamo loro 1.223 euro di soldi aggiuntivi”.

E questo certifica che il reddito di cittadinanza che non funziona.

“Sul reddito di cittadinanza serviva già in Legge di Bilancio un pacchetto di modifiche serie. Oggi non intercetta i nuovi poveri assoluti al Nord e non ha senso credere che il reddito di cittadinanza sia uno strumento per le politiche attive del lavoro. Serve, inoltre, se la politica vuole un salario minimo per legge, applicare quest’ultimo a chi non è coperto dagli attuali contratti nazionali vigenti: nei nostri contratti abbiamo già 11 euro lordi orari contro i 9 proposti. Serve cioè una grande operazione di pulizia dei contratti-pirata, stabilendo – come Confindustria è pronta a fare dal 2014 – criteri chiari di rappresentanza sindacali e datoriali per firmare contratti validi erga omnes. E serve, infine, come detto un taglio strutturale del cuneo contributivo. Servono cioè interventi a visione complessiva con respiri di decenni”.  

E poi si può discutere di tutto il resto.

“Assolutamente. Se defiscalizziamo l’aumento contrattuale, quanto metto in tasca agli italiani? Prendiamo l’ultimo rinnovo triennale dei metalmeccanici, 113 euro. Anche defiscalizzandolo al 100% si tratta di cifre irrisorie. Io ho detto cosa voglio fare, quanto costa e quanto metto in tasca agli italiani: chiedo 16 miliardi, vi dico dove sono le coperture (nel DEF sono previsti 38 miliardi di maggiori entrate tributarie e contributive e quest’anno la spesa pubblica supererà i mille miliardi), e quanto resta in tasca agli italiani, 1223 euro, una mensilità in più, per tutta la vita lavorativa, non è l’una tantum. Ma di fronte a una Confindustria che ti fa una proposta del genere, mi sarei aspettato che il ministro e i sindacati dicessero: firmo domani mattina! Invece qui la reazione è molto diversa: è dire “le imprese non si mettano di traverso””.

Perché?

“Battaglia di bandierina, questioni ideologiche. A fronte di una proposta migliorativa, saremmo i primi a sostenerla”.

Ok al tavolo con Orlando, ma non conosco la proposta

Si siederebbe al tavolo con Orlando?

“Certo. Io la mia proposta l’ho fatta. Non conosco la sua, se non me la presentano io non la conoscerò mai. E questa è una delle cose più urgenti da risolvere”.

Il Pnrr che fine ha fatto?

“Per me è importante non solo per i 200 miliardi e le opere, ma per le riforme, cioè quelle che oggi rallentano. Nelle riforme sta il suo vero valore, costruire un paese moderno, efficiente, inclusivo e sostenibile. Faccio notare che gli ultimi bandi stanno andando deserti a causa dei prezzi delle materie prime che sono cambiati. Non mi fa piacere dire “ve l’avevamo detto”. Vorrei essere smentito con risposte efficaci”.

L’industria è un tema di sicurezza nazionale

Bisogna rifare il Pnrr?

“No, se il presidente del Consiglio riapre i giochi scatta l’assalto alla diligenza. Serve un fondo aggiuntivo per colmare le differenze di prezzo. E le nostre capacità di finanza pubblica sono limitate. Guardi la Germania, l’industria tedesca si è resa conto che la sua invincibilità è crollata, stanno comprando tempo per riportare in casa i processi produttivi strategici. Usciremo con velocità asimmetriche da questa stagione. E saranno diverse tra aree geopolitiche ma anche all’interno dell’Europa. L’industria è un tema di sicurezza nazionale. Da noi no, ancora una volta, non capiamo le lezioni del passato. E le scelte politiche sbagliate le pagano famiglie e imprese”.

È preoccupato per l’industria dell’auto italiana?

“Molto. E lo stiamo dicendo da tempo. Se si vogliono ottenere gli obiettivi di transizione ecologica dell’Unione europea (che vive su una torre d’avorio, nel frattempo è cambiato il mondo e loro vanno avanti come se non fosse cambiato niente), bisogna fare tanti investimenti (che non ci sono) e dire la realtà. Siamo di fronte a un potenziale spiazzamento di 500 imprese, con circa 70 mila lavoratori, che sono oggi focalizzate sui motori endotermici che si vogliono mettere al bando. Che facciamo per loro? Come li accompagniamo nella transizione? Invece di questo vedo che il dibattito paradossale è diventato quello di trovare un posto di lavoro ai navigator che avevano il compito di trovare il posto di lavoro agli altri”.

Quale domanda deve porsi la classe dirigente del nostro paese?

“Consideriamo l’industria italiana un tema di sicurezza nazionale sì o no? Io dico di sì”.

Fonte: Agi.it

AGI – L’industria è una questione di sicurezza nazionale e le conseguenze della guerra in Ucraina lo dimostrano. Gli imprenditori italiani con cui ho parlato qui a Borgo Egnazia, i tanti giovani di talento che faranno l’Italia di domani, sono preoccupati. Imprese nuove, aziende che sono sui mercati mondiali da generazioni, tutti hanno visto rallentare la globalizzazione, arretrare il commercio, chiudersi gli spazi dei beni e dei servizi. Le materie prime sono diventate una caccia al tesoro, i costi energetici un rebus a caro prezzo. Finita la pandemia, sembrava arrivato il momento della grande ripartenza dell’economia. Un’illusione, la luce in fondo al tunnel era quella di un altro treno, quello della guerra di Putin, delle tensioni crescenti tra Stati Uniti e Russia, di un’Europa che rischia di essere il manzoniano vaso di coccio tra i vasi di ferro. Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, non perde l’ottimismo, ma avvisa i naviganti: è ora di guardare alla realtà e occuparci dell’Italia con l’idea che siamo in un conflitto che disegnerà un nuovo ordine mondiale. Che partita vogliamo giocare? Abbiamo una visione? Facciamo questo viaggio nelle sfide di una contemporaneità che ha il ruggito di ferro e fuoco di un Novecento dimenticato. La guerra nel cuore dell’Europa e noi.

Presidente Carlo Bonomi, sono tempi straordinari, difficili, perfino più preoccupanti della crisi della pandemia, siamo in piena guerra in Europa.

Sì, durante la pandemia avevamo un grande obiettivo: comprare tempo per arrivare ai vaccini. Oggi purtroppo siamo in presenza di una serie di componenti esogene: l’aumento del prezzo delle materie prime, i costi energetici, e per altro dobbiamo rilevare che sta aumentando l’incertezza politica, i partiti hanno cominciato la campagna elettorale, quello che io chiamo la battaglia delle bandierine. E questo ci preoccupa molto. C’è bisogno di fare le riforme che disegneranno il paese del futuro.

La recessione è in arrivo?

Temiamo purtroppo di sì. Sarei contento se si realizzasse lo scenario migliore del Def, ma il primo trimestre ci ha dato ragione.

Sul gas russo appoggio il governo ma, subito le riforme

Gas russo, si può tagliare o no?

Premessa: noi stiamo pagando decenni di politiche sbagliate sull’energia. Noi e le famiglie italiane. Oggi il governo cerca di realizzare interventi per contrastare la crisi energetica, ma non siamo in grado di sostituire completamente subito il gas russo, vorrebbe dire un crollo della produzione del paese e non siamo soli, lo dice la Germania, lo diciamo noi, i paesi più dipendenti dalle importazioni del gas. Questa è la realtà che stiamo affrontando.

Lei condivide la linea degli industriali e dei sindacati della Germania che dicono no all’interruzione del gas russo?

La posizione della Confindustria italiana è diversa: noi appoggiamo il nostro governo nelle decisioni che prenderà, ma a una condizione che il governo apra una fase che noi definiamo di riformismo competitivo.

Che vuol dire con la formula riformismo competitivo?

Siamo disposti a sopportare i sacrifici di eventuali decisioni molte dure, ma se si fanno finalmente le cose per costruire un’Italia moderna: fisco, concorrenza, politiche attive del lavoro, giustizia. Elenco lunghissimo. E sono ferme. E addirittura i partiti non trovano una sintesi e continuano a sforbiciarle. Il forte rischio è che non arrivino decisioni nell’interesse del paese.

Lei pensa che le sanzioni fermino la guerra di Putin?

Ora le sanzioni adottate più efficaci sono quelle che hanno bloccato l’operatività della banca centrale russa. Venendo all’economia reale, le vere sanzioni l’Italia le ha adottate dopo la guerra di Crimea. Tanto che oggi l’export verso la Russia pesa solo per l’1,5% del totale nazionale, che nel 2021 ha superato i  500 miliardi, il record italiano. L’1,5% in valore assoluto non è tanto, ma in termini di settore sì. Le sanzioni che abbiamo adottato colpiscono lo stock, ma non la capacità di finanziamento della Russia, se si vuole incidere vanno bloccate le esportazioni di gas, petrolio e carbone della Russia, ma vanno valutati in maniera molto seria gli effetti.

Il 2 maggio ci sarà un vertice dei ministri europei dell’Energia. Cosa si aspetta?

Noi avevamo chiesto il tetto al prezzo del gas, non fissato dirigisticamente ma sulla base dei prezzi reali vigenti nei contratti di import dalla Russia. Prezzi che sono molto più bassi di quelli quotidiani del mercato olandese. Perché è evidente che ci sono delle speculazioni in corso e lo stiamo dicendo da settembre dello scorso anno. L’aumento dei prezzi parte da molto prima del conflitto russo-ucraino. Noi chiedevamo sostegni alla crescita in legge di Bilancio per questi motivi, vedevamo la crisi arrivare. I fatti non sono andati in quella direzione. Dal vertice dei ministri dell’Energia mi aspetto che si possa trovare una sintesi, ma è evidente che abbiamo economie molto diverse. Pensi ai francesi, hanno interessi diversi, con le scelte che hanno fatto tanti anni fa sul nucleare oggi hanno una manifattura molto competitiva e non vedo perché dovrebbero aiutare gli altri, dal loro punto di vista.

Lei riaprirebbe il piano dell’energia nucleare in Italia?

Sì, noi abbiamo fatto un referendum 34 anni fa sulle tecnologie di 34 anni fa. La tecnologia ha cambiato tutto, pensi ai vaccini, ci mettevamo anni per realizzarli, ora sono bastati pochi mesi. Mi piacerebbe che questo paese discutesse nel merito: c’è il nucleare di nuova generazione, possiamo parlarne?  E poi, dobbiamo essere realisti, vicino a noi c’è la Francia che ha il nucleare, 14 paesi su 27 nell’Unione europea hanno centrali nucleari. Va fatta una riflessione di merito, che deve essere una base di discussione in Europa”.

Bene Draghi, il problema sono i partiti

Come vanno le cose tra lei e Draghi?

Molto bene. Il Presidente Draghi da premier deve fare sintesi della sua maggioranza e poi decidere. Il nostro sostegno a Draghi è sempre stato fermissimo perché questa e con lui è l’occasione per fare le riforme che servono al paese. Ma dobbiamo rilevare che sono ferme.

È un problema di Draghi o dei partiti?

Dei partiti.

Perché?

Non gli stanno consentendo di fare le riforme. Perché fanno la battaglia delle bandierine, è evidente. Hanno iniziato a rallentare l’azione riformatrice per le elezioni amministrative dello scorso autunno: Torino, Milano, Roma, Bologna, Napoli. Poi c’è stata una legge di Bilancio che arrivava sotto le elezioni per il Quirinale. E purtroppo avremo ancora un periodo elettorale molto lungo, si vota in giugno un turno amministrativo numericamente importante, avremo a novembre le elezioni regionali in Sicilia e si spera a marzo il voto politico, a meno che non lo vogliano anticipare. Bisogna stare vicino al presidente del Consiglio perché abbia la forza per fare le riforme. Draghi aveva ben chiaro cosa fare, non da oggi: il problema è che i partiti gli diano la possibilità di farlo.

L’elezione di Macron dà stabilità all’Europa

Cosa pensa dell’elezione di Macron?

Dà stabilità all’Europa, non possiamo permetterci incertezza politica. Poi Macron fa gli interessi della Francia e non dell’Italia, ma la stabilità in un quadro molto complesso è importante.

Dopo la guerra un nuovo ordine mondiale

Siamo in Puglia, si sente l’influsso del Vicino Oriente. Rapporto dell’Unione europea e dell’Italia con il Mediterraneo e l’Eurasia?

Qui siamo nel Mezzogiorno d’Italia, fondamentale, la partita italiana si gioca a Roma e qui. Dopo il conflitto in Ucraina ci sarà una riconfigurazione dell’ordine mondiale, la globalizzazione non sarà quella di prima. Siamo a un bivio. O ritorniamo indietro di decenni, con due grandi blocchi, uno intorno agli Stati Uniti, con la Russia indebolita e ancillare alla Cina, e una Europa debole, partner degli USA; oppure costruiamo un nuovo ordine che tenga conto di Russia e Cina con la volontà di difendere commercio mondiale e  catene del valore aggiunto che permettano l’accesso a tutti alle commodities. Per l’Italia è fondamentale questa seconda ipotesi, perché siamo un paese trasformatore. E proprio perché ci hanno chiesto di essere garanti nel negoziato in Ucraina, quando ci sarà, ecco che abbiamo un’occasione nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, riprendere i legami soprattutto nel Mediterraneo, in Africa, dove stiamo arretrando (pensi al ruolo della Cina e della Turchia), noi dobbiamo riprenderci e avere una visione geopolitica aperta. Certo, servono gli statisti.

Mattarella e Draghi la nostra coppia d’assi

Draghi andrà a Washington in visita alla Casa Bianca. Gli interessi degli Stati Uniti sono sovrapponibili ai nostri e a quelli dell’Europa?

Il Presidente Draghi ha riposizionato con autorevolezza l’Italia nel suo alveo naturale, Europa, America, Nato. Gli Stati Uniti giocano la loro partita e fanno i loro interessi, logico. Noi dobbiamo posizionarci in maniera importante e abbiamo tutte le carte per farlo: abbiamo una coppia di assi, Mattarella e Draghi. Quello che devo registrare è che i partiti non hanno lo stesso interesse per questo grande disegno geostrategico.

A proposito di partiti e di ministri: c’è Andrea Orlando, quello del Lavoro. Il Sole 24Ore l’altro ieri ha titolato: “Le imprese no al ricatto del ministro”. Che scambio ha proposto?

Voglio ricostruire quello che è successo, perché la dice lunga. Il Ministro Orlando fa un annuncio: condizioniamo gli interventi a favore delle imprese ai rinnovi contrattuali con forti aumenti salariali. A tale proposta alcune componenti del sistema di Confindustria hanno reagito con dei comunicati stampa, sulla cui base il Sole 24Ore ha fatto quel titolo – e mi spiace che il ministro non sappia che i titoli non li fa il presidente di Confindustria.

Aggiungo meno male, per lei e anche per il mio collega Fabio Tamburini.

Certo, giustamente, meno male. La mattina successiva, sono stato attaccato da una serie di politici, tra cui il ministro Orlando. E poi all’una e un quarto ho risposto. Andiamo nel merito: io credo che sia sbagliato condizionare gli interventi a un diverso rinnovo contrattuale. Che occorra mettere più soldi in tasca agli italiani, specialmente quelli che soffrono di più, Confindustria lo dice da settembre. Questo è un paese che ha la memoria corta. In legge di Bilancio, quando tutti i partiti per questione di consenso elettorale hanno preferito fare il taglietto irpef, noi abbiamo detto no, abbiamo proposto un taglio contributivo con effetti concentrati fino a 35 mila euro. Il taglio irpef ha favorito i redditi medio alti. Se poi Ministro e partiti preferiscono aumentare ancora l’enorme costo del lavoro, allora non si rendono conto di cosa sta capitando: il 16% delle imprese italiane ha già ridotto o sospeso le produzioni a causa degli aumenti, se perdurano le condizioni della guerra un altro 30% sospenderà la produzione, significa che quasi un’impresa su due in Italia rischia di fermarsi. Sono tutti dati di fatto che il paradigma Orlando ignora.

No a interventi condizionati ai rinnovi

E su quale platea dovrebbero essere applicati i nuovi contratti?

Già quale platea? Perché sulla nostra platea di 5,5 milioni di lavoratori, noi abbiamo solo 700 mila lavoratori con il contratto scaduto, in 24 mesi io ho rinnovato 27 contratti. Allora dove sono concentrati gli altri? Non vorrei che fossero nel pubblico. Ma la detassazione poi a chi la danno? A chi rinnova? E quelli che l’hanno già rinnovata? Siamo al solito, alle una tantum, il paese delle una tantum, mai un intervento strutturale. Dobbiamo uscire da questa logica d’emergenza. Con la nostra proposta del taglio del cuneo contributivo per 16 miliardi, noi facciamo due scelte. La prima è di chiedere di concentrarli per due terzi a favore dei lavoratori, malgrado il fatto che per oltre due terzi gli oneri contributivi sono a carico delle imprese. La seconda è di concentrare gli effetti nella fascia sotto i 35 mila euro di reddito, quelli che stanno soffrendo – l’anno scorso un milione di italiani in più sono entrati nella fascia di povertà – e diamo loro 1.223 euro di soldi aggiuntivi.

E questo certifica che il reddito di cittadinanza che non funziona.

Sul reddito di cittadinanza serviva già in Legge di Bilancio un pacchetto di modifiche serie. Oggi non intercetta i nuovi poveri assoluti al Nord e non ha senso credere che il reddito di cittadinanza sia uno strumento per le politiche attive del lavoro. Serve, inoltre, se la politica vuole un salario minimo per legge, applicare quest’ultimo a chi non è coperto dagli attuali contratti nazionali vigenti: nei nostri contratti abbiamo già 11 euro lordi orari contro i 9 proposti. Serve cioè una grande operazione di pulizia dei contratti-pirata, stabilendo – come Confindustria è pronta a fare dal 2014 – criteri chiari di rappresentanza sindacali e datoriali per firmare contratti validi erga omnes. E serve, infine, come detto un taglio strutturale del cuneo contributivo. Servono cioè interventi a visione complessiva con respiri di decenni.  

E poi si può discutere di tutto il resto.

Assolutamente. Se defiscalizziamo l’aumento contrattuale, quanto metto in tasca agli italiani? Prendiamo l’ultimo rinnovo triennale dei metalmeccanici, 113 euro. Anche defiscalizzandolo al 100% si tratta di cifre irrisorie. Io ho detto cosa voglio fare, quanto costa e quanto metto in tasca agli italiani: chiedo 16 miliardi, vi dico dove sono le coperture (nel DEF sono previsti 38 miliardi di maggiori entrate tributarie e contributive e quest’anno la spesa pubblica supererà i mille miliardi), e quanto resta in tasca agli italiani, 1223 euro, una mensilità in più, per tutta la vita lavorativa, non è l’una tantum. Ma di fronte a una Confindustria che ti fa una proposta del genere, mi sarei aspettato che il ministro e i sindacati dicessero: firmo domani mattina! Invece qui la reazione è molto diversa: è dire “le imprese non si mettano di traverso”.

Perché?

Battaglia di bandierina, questioni ideologiche. A fronte di una proposta migliorativa, saremmo i primi a sostenerla.

Ok al tavolo con Orlando, ma non conosco la proposta

Si siederebbe al tavolo con Orlando?

Certo. Io la mia proposta l’ho fatta. Non conosco la sua, se non me la presentano io non la conoscerò mai. E questa è una delle cose più urgenti da risolvere.

Il Pnrr che fine ha fatto?

Per me è importante non solo per i 200 miliardi e le opere, ma per le riforme, cioè quelle che oggi rallentano. Nelle riforme sta il suo vero valore, costruire un paese moderno, efficiente, inclusivo e sostenibile. Faccio notare che gli ultimi bandi stanno andando deserti a causa dei prezzi delle materie prime che sono cambiati. Non mi fa piacere dire “ve l’avevamo detto”. Vorrei essere smentito con risposte efficaci.

L’industria è un tema di sicurezza nazionale

Bisogna rifare il Pnrr?

No, se il presidente del Consiglio riapre i giochi scatta l’assalto alla diligenza. Serve un fondo aggiuntivo per colmare le differenze di prezzo. E le nostre capacità di finanza pubblica sono limitate. Guardi la Germania, l’industria tedesca si è resa conto che la sua invincibilità è crollata, stanno comprando tempo per riportare in casa i processi produttivi strategici. Usciremo con velocità asimmetriche da questa stagione. E saranno diverse tra aree geopolitiche ma anche all’interno dell’Europa. L’industria è un tema di sicurezza nazionale. Da noi no, ancora una volta, non capiamo le lezioni del passato. E le scelte politiche sbagliate le pagano famiglie e imprese.

È preoccupato per l’industria dell’auto italiana?

Molto. E lo stiamo dicendo da tempo. Se si vogliono ottenere gli obiettivi di transizione ecologica dell’Unione europea (che vive su una torre d’avorio, nel frattempo è cambiato il mondo e loro vanno avanti come se non fosse cambiato niente), bisogna fare tanti investimenti (che non ci sono) e dire la realtà. Siamo di fronte a un potenziale spiazzamento di 500 imprese, con circa 70 mila lavoratori, che sono oggi focalizzate sui motori endotermici che si vogliono mettere al bando. Che facciamo per loro? Come li accompagniamo nella transizione? Invece di questo vedo che il dibattito paradossale è diventato quello di trovare un posto di lavoro ai navigator che avevano il compito di trovare il posto di lavoro agli altri.

Quale domanda deve porsi la classe dirigente del nostro paese?

Consideriamo l’industria italiana un tema di sicurezza nazionale sì o no? Io dico di sì.

Fonte: Agi.it

Di Antonio Signoriello

Sono Antonio Signoriello, Blogger ed Esploratore di notizie in rete. "Il blogger è una persona che si occupa di un blog perché qualcuno glielo chiede oppure, ed aggiungerei che sfortunatamente è il caso più frequente, perché nessuno glielo chiede" (Nonciclopedia)

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